"OSSESSIONE", di Valerio Dehò
Presentazione della mostra omonima allo Studio Cavalieri (BO)

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Questa mostra dal titolo “Ossessione” avvicina artisti con poetiche diverse come Oreste Zevola e Cateno Sanalitro, rispettandone le individualità. L’idea che ha permesso di presentare insieme le due personali degli artisti sta proprio in un procedimento simile del loro lavoro, nel produrre frammenti, siano essi disegni o sculture che vanno poi a comporsi e organizzarsi in autonome installazioni.Se Zevola parte dalla quotidiana pratica del disegno per creare immagini che vengono scannerizzate e poi stampate su carta, Sanalitro reitera centinaia di piccole sculture, utilizza migliaia di frammenti di plastica in forma di mosaico, replica animali di gesso in modo abnorme.Tutto è moltiplicabile, ma l'ossessione in questo caso è sempre assoggettata ad un progetto: vi è sempre e comunque una ratio che dirige la parcellizzazione atomica.Trovo affascinante questo modo di lavorare. Ed e straordinariamente attuale. Non soltanto la manualità è presente con forza in entrambe le produzioni, ma comunque il tentativo è quello di mostrare le forme della complessità. E se Oreste Zevola fa del disegno un'iperbole, un felice e disperato ponte con la realtà, non rinunciando all'aspetto tecnologico e alla modificazione stocastica dell'originario lavoro manuale, in Cateno Sanalitro la quantità di figure, di immagini induce una dolce patologia: tra horror vacui e horror pleni non si sa cosa scegliere. Partendo da un’assoluta povertà di materiali sa creare lo stupore di prodigiosità barocca.
Ma le differenze sono sensibili perché Zevola possiede una forza narrativa che da alle sue opere l'aspetto della composizione musicale, di un libro aperto sulla fantasia. I suoi personaggi sono leggeri come un ricordo, sono visioni che acquistano dalla loro invasività, dal disporsi nello spazio in sciami, in figure migratorie. Sanalitro ha sviluppato un universo gremito di impossibili, oggetto e progetto in un lavoro lunghissimo e paziente. Le sue minisculture zoomorfe in centinaia di esemplari già dieci anni addietro invasero il Fiera District e questi “Sranimali”, come li chiama l'autore sono metafore di un'invasione già avvenuta, incubi tascabili.
Questi sono i motivi che mi hanno spinto ad organizzare questa mostra, ma a questi è da aggiungere la voglia di lavorare con artisti che amano profondamente quello che fanno e con una gallerista che non ha mai avuto paura di osare troppo.Come critico mi limito ad osservare e a permettere che altri possano fare altrettanto.